Il progetto del libro, l’impaginatore e il graphic designer

Il progetto del libro è "forma e organizzazione". Il punto di vista del graphic designer è questo. Ma se si comprendono le esigenze del mero lavoro di impaginazione, il risultato sarà migliore...

Di | Pubblicato il: 22.11.2023 |
Ultimo aggiornamento: 03.12.2025 | Categoria: Progetto |

Sommario

Questo articolo è dedicato a chi si è perso per strada tra i mille suggerimenti e articoli del web (non belli come questo ovviamente) e a chi tale strada non l’ha mai intrapresa, quella che segue è una sintesi pratica dei migliori accorgimenti per realizzare un libro, dal progetto alla preparazione del file per la stampa.

Per essere chiari, stiamo per vedere cosa bisogna veramente tenere in conto e, dall’altro lato, cosa di solito sfugge, nel progetto grafico e nell’impaginazione editoriale.

Cose trascurate dal principiante ma anche (speriamo non stiano leggendo) da molti editori e da graphic designer, spesso così distratti da tormentosi dettagli da dimenticare l’essenziale.

Il sogno proibito di ogni grafico

È compito dell’editore (casa editrice o azienda) o dell’autore fornire un materiale di partenza, completo e privo di errori. Questa è la scena ideale che ogni grafico sogna. E come tutti i sogni, anche se non si avverano, aiutano a vivere…

È compito del progettista o dell’impaginatore insistere per avere tutto il materiale in forma definitiva da subito ma anche di tenere in conto possibili (leggasi “certi”), errori o cambiamenti e aggiunte in corso d’opera.

Molti lavori iniziano con testo incompleto, vuoi perché non è pronta la forma definitiva, vuoi perché ci si accorgerà poi di parti mancanti, vuoi perché la mente delle persone a volte non è dove si trova fisicamente la persona.

Non è un problema se teniamo conto che modifiche e aggiunte successive comporteranno del lavoro extra. Il suggerimento: “Intanto lascia alcune pagine libere” crea un vuoto nel progetto quanto nella mente del grafico.

Un’aggiunta di testo o di immagini successiva ha effetto sull’intera impaginazione in maniera drammatica e in modi, di solito, inaspettati. Una reazione a catena paragonabile solo alla fissione atomica.

Farà scorrere le pagine, costringerà a valutare una diversa organizzazione, sballerà gli indici e farà saltare molte regolazioni sul testo, creerà distorsioni spazio-temporali ma, più grave di tutto: farà girare le scatole.

Ops… doveva essere un tascabile

Se l’hai scoperto in fase avanzata dopo che hai realizzato una mega edizione di 40 x 30 cm, allora può esserci qualche problema.

Cambiare il formato farà scorrere testo e immagini buttando all’aria tutte quelle accortezze che ci sono costate tanta fatica e che l’editore aveva magari ben raccomandato. Come il passaggio di un uragano.

Strano a dirsi, ma un libro tascabile deve poter stare…in una tasca e deve poter essere afferrato con una sola mano senza nascondere testo, testatine o numeri di pagina.

Una dimensione abbastanza standard da non superare è 12 x 18 cm circa, molti libri vengono pubblicati nel formato DIN A6, circa 11 x 15 ma risultano meno eleganti di una forma un po’ allungata.

Un libro da tavolo può essere molto più grande ma in genere la singola pagina non supera i 20 x 30 cm. Può anche essere quadrato, di solito è sufficiente che stia su una valigetta o una cartella.

Di fatto questo è il primo elemento di considerazione del progetto grafico vero e proprio.

Il margine non è… questione marginale

Lo so, oggi sono un po’ a corto di titoli d’effetto… magari rimedierò in una prossima revisione del testo ma il concetto rimane vero.

Fate finta che non l’abbia scritto quel titolo. Ad ogni modo, in genere, è meglio considerare dei buoni margini, importanti in un libro tascabile per tenerlo in mano senza che venga nascosto il testo come già accennavo.

Consentono poi all’impaginatore di riportare in modo chiaro numeri di pagina, testatine e altri ausili alla navigazione e sono molto utili anche per fare la figura del grande designer, cosa affatto secondaria.

Molti lettori li usano per scriverci delle note o dei rimandi. Non è spazio sprecato e una decina di pagine in più non si noteranno nei costi finali.

Spesso si commette un “errore estetico” impostando margini interni superiori a quelli esterni perché essendoci la piega si teme possano rendere poco leggibile il testo.

In realtà l’effetto sarebbe un po’ brutto perché tende a scostare le due pagine accentuando un senso di discontinuità del testo. Consiglierei al massimo di farlo uguale ma meglio se leggermente inferiore.

Un libro con immagini e tabelle dovrebbe considerare elementi orizzontali della gabbia che potrebbero sfruttare la regola dei terzi così da suggerire la posizione corretta di immagini e box di testo.

Colonne di testo

Nei libri di discrete dimensioni, è spesso preferibile usare più colonne di testo per non rischiare di iniziare a leggere una riga e finire su quella sotto.

Se si opta ostinatamente per una colonna, essa non deve essere troppo larga, meglio quindi una gabbia con ampi margini e/o lasciare una colonna per le immagini, i titoli o le didascalie.

A questo punto, in generale, meglio fare diverse prove, stampando qualche pagina affiancata di testo prima di procedere col resto.

Un manuale scolastico con margini interni inferiori rispetto a quelli esterni e una gabbia a due colonne più un’intestazione. Chiaro, semplice, originale

Non re-inventate la ruota

Pensate che i primi libri non avevano copertina, indice e numeri di pagina! (Il testo, invece, c’era). La complessità dell’offerta editoriale e le esigenze mutate ne hanno imposto l’uso.

Ma ci sono molti libri in circolazione cui mancano diversi elementi, a volte essenziali, che saprebbero fare la differenza. Lo si riscontra spesso nel cosiddetto “Content Marketing” poiché le imprese non hanno esperienza editoriale o si rivolgono a grafici “low cost”.

Penso sia un tantino presuntuoso metterne in dubbio l’importanza. La struttura del libro è certamente una scelta dell’autore filtrata attraverso le esigenze editoriali, tuttavia segue regole consolidate, alcune diventate ovvie (vedi copertina o indice), altre meno.

Ho già scritto un articolo molto approfondito su questo perciò non c’è qui bisogno di dilungarsi ma mi preme sottolineare (e qui faccio la faccia seria anche se non la vedi) un paio di aspetti.

Indice analitico

Innanzitutto consiglierei di inserire un elemento che spesso manca: l’indice analitico, utile soprattutto nella versione cartacea nei libri quali saggi o manuali.

Si tratta grosso modo di un elenco di rimandi significativi in ordine alfabetico. Presenta parole e argomenti con affiancato i rispettivi numeri di pagina. Nelle versioni digitali consiste di link attivi (o dovrebbe).

Senza arrivare alla perfezione, si può utilizzare lo strumento messo a disposizione da un programma come Indesign che permette di realizzarne uno senza moltissimo sforzo.

Parti introduttive e conclusive

Il secondo appunto è quello di sforzarsi di inserire altre sezioni spesso trascurate dagli autori in self-publishing ma perfino da editori poco esperti come la premessa, l’introduzione, i ringraziamenti, le note, le note bibliografiche e le note biografiche.

Questi accorgimenti non valgono solo per l'”alta letteratura” ma anche per il semplice opuscolo di content marketing sempre che tu voglia fare un figurone o solo comunicare veramente.

Un paio di ottimi libri di riferimento per il progetto grafico e per la redazione dei testi. Per me una Bibbia

…e nemmeno la ruota di scorta

Circolano varie leggende metropolitane sull’uso del corsivo, del grassetto, sul modo in cui si riportano le cifre, le date, sull’uso delle virgolette, sull’uso di maiuscole e minuscole.

È compito dell’autore o di chi cura i contenuti dell’opera stabilirne i criteri d’uso. In altri casi è il grafico che lo propone, ad esempio quando si tratta di stabilire come scrivere gli acronimi (sigle), o di stabilire le proporzioni delle note o dei titoli.

Anche la scelta delle dimensioni del carattere e dell’interlinea del testo principale seguono una loro logica o magari sono pensati per creare una “nuova logica personale” ma comunque sono imparentate con le buone pratiche e sono coerenti.

Esistono poi vari trucchetti che permettono di aggiustare il testo per mantenerlo in gabbia in modo elegante e senza forzature.

Alcuni di questi metodi sono dei segreti di mestiere che ai grafici è vietato rivelare pena la radiazione dall’albo, se esistesse. Tranquilli autori, nessuna di queste ricette ammette la modifica dei testi da voi forniti.

Su un progetto grafico già delineato, queste scelte potrebbero riguardare l’aggiustamento del corpo o dell’interlinea, l’avvicinamento dei caratteri, la sillabazione.

Dettagli semplici che allo stesso tempo fanno perdere ore e ore di lavoro e che consistono fondamentalmente nella definizione finale delle dimensioni del corpo, dell’interlinea, nella disposizione di spazi bianchi e di rientri, nell’aggiustare stili di carattere, sillabazione, punteggiatura.

Nel libro si dovrà poi mettere mano ad elementi caratteristici come box di testo, stralci di altre opere, formule matematiche. Elementi che richiedono una forma particolare ma in armonia col resto.

Alla fine, anche in un libro all’apparenza semplice come un saggio o un romanzo, risulteranno una sacco di scelte da fare e correzioni in tal senso.

Un libro che segue dei buoni standard non deve per forza esserne prigioniero

Impaginatore vs Graphic designer

L’impaginazione prosegue sempre più spedita, ora che molte decisioni sono state prese e che la pianificazione è stata definita.

Procediamo con l’inserire testi e immagini, adattandoli al nostro progetto grafico, verificando che le immagini siano a risoluzione adeguata e nel formato giusto.

Compiamo poi l’ultima magia facendo rientrare il tutto in un numero pre-definito di pagine ed esportando il nostro lavoro in Pdf nel modo corretto per la stampa. Insomma, l’impaginatore lavora nell’ombra e nel compromesso.

Il graphic designer è invece un personaggio altezzoso e idealista che spesso scrive libri, offre pedanti lezioni e ogni tanto mette un riquadro di testo o un segno grafico nei posti più impensati.

L’impaginatore è un personaggio fastidiosamente umile, la versione moderna dei primi monaci che trascrivevano manualmente i testi. Molto è cambiato da allora a parte lo stipendio e il tenore di vita.

L’impaginatore maledice i ghirigori o le scelte apparentemente poco congruenti del designer considerandole una chiara prova dell’esistenza del Maligno.

Colonne che appaiono misteriosamente, caratteri che variano chissà per quale ispirazione… Va de retro graphic designer!

L’impaginatore ha buone parole anche per la mamma di chi gli procura un testo per il quale servirebbero due pagine ma tassativamente deve starci in una soltanto.

Deve cavarsela da solo. Ma la sua vicinanza a Dio, la sua fede, gli pongono innanzi soluzioni che possono avere solo origine ultraterrena.

A volte scende in pignolerie perverse che sarebbe meglio non rivelare, come regolare la distanza tra il testo e il numero in apice della nota. L’ho fatto anch’io e ne porto ancora il trauma.

Stratagemmi che arricchiscono il senso professionale offerto di cui il graphic designer potrà poi vantarsi, regolazioni a volte confondibili con un sintomo da disturbo psichiatrico (o che lo sono davvero).

In verità, pratiche solo in apparenza inutili ma che salvano da errori e rimostranze e costringono a una certa coerenza che è forse l’elemento chiave di tutto il buon design grafico.

Magari per il graphic designer tutto questo impegno passa inosservato perché sappiamo che: “chi sa fa, chi non sa insegna”. Il graphic designer, infatti, insegna e anch’io ho insegnato ma sono ormai uscito dal tunnel.

Si può perfino giocare la carta dell’automazione. Le variabili, l’uso degli stili indice, l’uso degli stili Grep.

Essi portano l’impaginatore ad avere vere e proprie crisi d’identità ritrovandosi a ragionare adesso come un programmatore e a osservare con invidia il graphic designer che se ne resta comodo a giochicchiare con caratteri, righini e con lo “spazio bianco” che per lui nasconde l’infinito mentre per i comuni mortali è solo uno spreco di carta.

L’impaginazione professionale del libro, tale da produrre un file esecutivo corretto e pronto per essere stampato è ulteriormente approfondita in modo preciso in un mio articolo. Anche in tal caso non voglio perciò farla lunga perché già mi sono pentito di questa pappardella.

Bozze di stampa

Occhio alla vocina diabolica che dice “il lavoro è pronto e completo, può andare in stampa, andrà tutto bene…”.

È semplicemente un messaggio ingannevole proveniente dall’altra dimensione. La dimensione in cui non c’è differenza tra pensiero e pratica, tra chi sa e chi fa (insomma, è il graphic designer che è in ognuno di noi a parlare).

Di solito sono necessarie due o tre bozze stampate più alcune prove a video. E appena pensate che non vi siano errori, sbucano altri errori.

Non stampatele tutte alla fine, per esempio si potrebbe fare qualche bozza di stampa nella fase iniziale per aiutarci a definire i margini e la gabbia e procedere progressivamente.

Possono essere fatte sia durante il progetto sia durante l’impaginazione. Nella prima fase servono a stabilire i giusti caratteri, il corpo e le interlinee. Nella seconda fase a scovare errori e imperfezioni.

Nella maggior parte dei casi, è statisticamente provato, gli impaginatori e i grafici ogni volta che arrivano a questo punto, iniziano a navigare sul web in cerca di offerte di lavoro con meno responsabilità come ingegnere aerospaziale, neurochirurgo, responsabile dei servizi segreti.

Prima della stampa è d’obbligo comunque almeno un controllo dettagliato su una bozza stampata dell’intero volume.

È un compito che spetta all’editore nella figura specifica del correttore di bozze ma naturalmente l’impaginatore è responsabile di dare la forma corretta al testo e di evitare dimenticanze anche perché, alla fine, è lui che dovrà sprecare ore di lavoro per qualunque distrazione, sua o di altri.

Stampa o produzione digitale?

La stampa è una specializzazione artigianale piuttosto complicata. Alcuni grafici, me compreso, si spacciano come esperti di stampa (come alcuni stampatori o fotografi si spacciano come esperti di graphic design). Attenti a questi figuri.

L’offerta è ampia. Per i lavori di maggior qualità dove sia necessario un controllo accurato o dove siano richieste lavorazioni, rilegature e formati speciali è necessario ricorrere a un centro di stampa ben strutturato.

È altresì necessario ricorrevi anche nel caso di lavori poco complessi ma in cui si abbia la necessità di una certa consulenza.

Per il lavori meno esigenti la stampa on line rappresenta un notevole risparmio (almeno fino a tirature medie).

Il formato digitale, può essere rappresentato dall’affidabile Pdf, magari con l’aggiunta di indici ipertestuali e segnalibri.

Qualcuno dica all’Agenzia delle Entrate che potrebbero essere usati da quel mattone di istruzioni del Modello Unico, anche se in effetti tale semplificazione potrebbe rovinare il loro brand.

Il formato Epub è più complicato. Richiede di mettere mano al codice del libro e di fare ulteriori test su vari dispositivi.

Può essere un lavoro abbastanza lungo ma c’è il vantaggio che gli errori possono sempre essere rimediati facilmente rispetto alla stampa.

E poi? E poi il lavoro è stampato, avete le vostre mille o diecimila copie, verificato, stra-verificato. E se c’è sfuggito ancora qualche errore? Non dovevo dirlo…

Ma si può ancora fare qualcosa, ad esempio ricorrere ad una stampa assicurata, oppure sparire in Sud America per qualche decennio.

È storicamente noto che molti nazisti e grafici vi si siano rifugiati, soprattutto graphic designer.

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