Esiste l’impaginazione professionale. Un libro, un catalogo o una rivista comunicano, è ovvio (non per tutti). Comunicano coi contenuti, certo, ma comunicano anche con la qualità dell’impaginazione.

Com’è fatto quindi un impaginato professionale, che è capace non solo di esporre contenuti nel miglior modo possibile ma anche di comunicare un’immagine editoriale (o aziendale) di alto livello? In questo articolo una disamina delle migliori pratiche di impaginazione, dei difetti più ricorrenti e delle strategie migliori per risolverli.

Quello che vi propongo è un articolo per aspiranti “impaginatori professionisti”, ma anche per l’editore, l’imprenditore o l’autore che si avventura nel mondo “dell’autopubblicazione” e desidera una scena ideale.

Forse uno dei segreti fondamentali di tale “scena ideale” è la semplicità. Un impaginato semplice è elegante e comunica in modo chiaro e diretto, proprio come una persona che parla in modo schietto e preciso.

Ma la semplicità non è cosa semplice da raggiungere e di solito cela molto bene strategie che solo anni di esperienza permettono di mettere in pratica. Eccone un assaggio.

impaginazione profilo aziendale
Impaginazione profilo aziendale per Aurora Costruzioni. Graphic design studio Gislon

Dalla progettazione grafica all’impaginazione

Definizione: l’impaginazione professionale consiste nell’adattamento di contenuti testuali e grafici secondo un progetto grafico pre-esistente, nella soluzione dei problemi relativi e nella preparazione del formato finito per la stampa o il supporto digitale.

È una mia definizione. Scusate la sfacciataggine, ne ho lette diverse in dizionari famosi ma nessuna mi ha soddisfatto. Questa è piuttosto tratta da testi specifici sul soggetto e dalla mia esperienza.

Facendo un passo indietro, il progetto grafico accennato nel titolo parte da considerazioni primarie, si sviluppa attraverso un concetto generale per finire col determinare le caratteristiche precise di stile del prodotto grafico finale.

Scende progressivamente nel dettaglio, inizia stabilendo il formato della pagina, per passare poi ai margini e alle colonne. Viene scelto il tipo di carattere, il formato del paragrafo, l’interlinea.

Determina lo stile delle illustrazioni e della grafica, le loro proporzioni generali, la presenza di spazi bianchi, le testate, la disposizione delle didascalie, le pagine mastro, con quale tipo di carta e tecnica di stampa verrà riprodotto il prodotto finito.

Queste sono decisioni proprie del progettista/designer grafico.

La fase successiva è quella dell’impaginazione vera e propria, soggetto di questo articolo, fase dove si dispongono nella forma finale i contenuti, dove si effettuano correzioni e adattamenti e dove si prepara il lavoro per la stampa o il formato digitale.

Il confine è labile: spesso l’impaginazione impone qualche scelta di stile propria della progettazione. Spesso con progettazione si comprende anche l’impaginazione stessa quando il lavoro è semplice o quando a chiederlo è un piccolo committente.

A volte troviamo specialisti nell’elaborazione delle immagini, nel fotoritocco, nella valutazione delle prove di stampa e nell’editing dei testi che si inseriscono in questo processo fornendo correzioni o indicazioni al grafico, al designer come all’impaginatore.

Mi si perdoni perciò se mescolo un po’ questi termini: progetto grafico e impaginazione. Lo faccio perché anche nella realtà, almeno quella delle piccole imprese e dei piccoli studi grafici, tali termini e i rispettivi compiti, lo sono.

Ma è doveroso premettere questa distinzione proprio perché capirne le differenze è in sé un passo importante verso l’impaginazione professionale.

Un impaginatore professionista deve capire la logica e il senso creativo del lavoro su cui sta lavorando per poter effettuare in modo coerente modifiche e adattamenti sempre necessari.

Progetto grafico, fase iniziale

Un progetto grafico potrebbe partire così, dal semplice schizzo “al volo” degli elementi della gabbia. Io faccio spesso così, mi piace sentirmi libero da qualsiasi limitazione e buttar giù alla buona quello che mi viene in mente. Usare qualsiasi matita o penna e pezzo di carta mi trovi tra le mani e abbozzare qualsiasi schema o idea, brutta o cattiva libera la mia creatività e apre la porta alle buone idee.

Il carattere tipografico

L’impaginazione professionale è consapevole della potenzialità comunicativa del carattere tipografico e del suo peso nell’armonia generale dell’impaginazione

Il “vecchio” insegnamento è fondamentalmente all’insegna della prudenza: usare pochi caratteri ed evitare quelli troppo fantasiosi. Buoni consigli ai quali però è meglio non affezionarsi troppo se ci si vuole elevare dalla mediocrità.

Sebbene coi “piedi per terra”, un impaginato professionale esplora piuttosto nuovi caratteri, cerca di andare oltre i soliti cliché, come il Times, il Garamond o l’Helvetica facendolo, questo è sicuro, a ragion veduta.

Esiste una profusione di caratteri da far paura e per capirne le caratteristiche, lo stile, quando e come usarli o come abbinarli non basta una vita intera ma da impaginatori professionisti dobbiamo uscire di tanto in tanto, dalla nostra comfort zone e abbandonare i nostri cavalli di battaglia.

Da progettisti grafici abbiamo in un certo senso il dovere di sviluppare per il cliente uno stile personale. Da impaginatori dobbiamo conoscere la logica alle spalle di queste scelte.

Purtroppo molti lavori pretendo di avere stile ma, nella maggior parte dei casi, spiace dirlo, tale stile non esiste, sostituito piuttosto con un atteggiamento molto conservativo.

Perciò sostengo che un pizzico di originalità e di funzionalità in più sia un vero e proprio ingrediente dell’impaginazione professionale. Richiede studio e pratica e anche per questo un lavoro di impaginazione di buona qualità è più costoso.

Proviamo perciò ad andare “oltre il Garamond” quando realizziamo un libro o di una rivista. È un carattere perfetto ed è giustamente stra-utilizzato ma un ingrediente della comunicazione è la personalità o stile e un carattere usato nel 90% dei testi non aiuta in questo.

Pensiamo quindi un po’ fuori dagli schemi e valutiamo, ad esempio, un Baskerville, un Caslon oppure, un Garamond un po’ più moderno o dei caratteri dritti come un Gill Sans, Open Sans o un Avenir. Qualche nome a caso, tanto per citarne qualcuno tra i tantissimi.

Teniamo presente che esistono versioni più recenti dei caratteri classici, con quel tocco di modernità in più e che, tra l’altro, offrono una scelta di glifi molto superiore (glifi: i singoli simboli di lettere, numeri, punteggiatura e caratteri speciali che corredano un font. Font: il file del carattere. Carattere: simbolo della scrittura che rappresenta un suono o un significato).

Esistono infatti limiti tecnici dei quali l’impaginatore deve essere consapevole. Molti caratteri hanno un insieme di glifi limitato che potrebbero creare problemi nello scrivere caratteri greci o giapponesi (ad esempio) oppure i simboli matematici.

Alcuni caratteri mancano addirittura di un vero corsivo. Potrebbe rendersi necessario addirittura rivedere le scelte tipografiche utilizzando una famiglia di caratteri simile ma più completa.

Un testo impaginato in modo professionale di solito non abbina più di due/tre tipi di carattere. È una buona regola ma come tutte le regole sono fatte per essere violate di tanto in tanto, ricordandoci che il nostro ingegno creativo deve sempre fare da padrone.

Se parliamo di un libro, questa regola funziona bene, nell’impaginazione di una rivista, i caratteri impiegati potrebbero essere molti di più ma sempre in relazione alla complessità dei contenuti.

Pur essendo vero che un lavoro professionale non è comunque mai fatto di un minestrone di caratteri diversi usati per puro scopo estetico o per dare vivacità, è necessario evadere dalle buone regole scolastiche se ci si vuole elevare dal semplice lavoro eseguito in modo ordinato all’impaginazione professionale.

Impaginazione professionale e allineamento del testo

L’impaginazione e la progettazione grafica professionale valuta diverse soluzioni di allineamento del paragrafo

Sembra quasi sacrilego proporre al cliente un allineamento sbandierato a sinistra. Il pacchettino squadrato di testo, con le righe tutte uguali riscuote sempre tanto successo. Tuttavia l’allineamento a sinistra offre molti vantaggi “tecnici”, ha uno stile più marcato e in certi casi è indispensabile.

In un impaginato a colonne strette, l’allineamento giustificato crea, anche in presenza di sillabazione corretta, degli spazi molto larghi tra le parole. Il fatto che questi a molti non diano fastidio è un mistero che la scienza ancora non ha spiegato.

In un libro, dove di solito il testo è in una colonna, possiamo sfruttare appieno questo tipo di giustificazione. In un libro o rivista con più colonne direi, per usare un eufemismo, di essere prudenti.

Quelle righe tutte forzatamente della stessa lunghezza, come un battaglione in marcia a una parata militare, non sono necessariamente belle e funzionali anche se sono certo molto… marziali.

In genere, quindi, con colonne larghe va molto bene un allineamento giustificato, con colonne strette un allineamento a sinistra.

In entrambi i casi, usate la sillabazione (gli “a capo”). Non c’è niente di cui vergognarsi, la grammatica italiana lo prevede. Le parole vengono spezzate automaticamente e in modo corretto dal software (purché si selezioni la lingua giusta). Mai, mai e poi mai sillabare manualmente con il semplice inserimento del trattino da tastiera.

Esistono casomai modi corretti per regolare o forzare la sillabatura a nostro piacimento, ogni software serio di elaborazione testi o di impaginazione ha il suo.

Impaginazione professionale - scelta del carattere

Allineamento sinistro. Carattere Didot. Questo potrebbe essere considerato un “carattere impegnativo”. Occupa spazio, presenta forti contrasti, ha un forte stile e una marcata personalità. In questo impaginato serve un allineamento sinistro. Vi avverto: nove persone su dieci lo criticheranno, persistete perché anch’esse alla lunga lo apprezzeranno. (Pagina rivista – Graphic Design studio Gislon)

Vedove, orfane ed altre tristi vicissitudini

L’impaginazione professionale elimina spietatamente le righe di testo isolate

In questo paragrafo esploriamo aspetti peculiari dell’impaginazione.

Faccio tuttora confusione sui termini vedova e orfana poiché indicano un problema quasi identico: le righe isolate a inizio o fine pagina. Queste righe solitarie sono una delle cose più brutte da vedere in un testo.

Lo sono anche, magari un po’ meno, quelle singole parole o quelle poche lettere che se ne stanno a capo da sole. Il massimo lo si raggiunge, questo è certo, col rimando della nota che rimane da solo a inizio riga, difetto causato dal fatto che si è inserito uno spazio tra la parola e il numero di nota tramite la barra spaziatrice.

Ci sono vari trucchi del mestiere per risolvere questo, sempre più raffinati e misteriosi man mano che la propria competenza aumenta ed hanno a che vedere con minimi aggiustamenti della distanza tra le singole lettere (tracking), o con un leggerissima (mi raccomando) distorsione orizzontale del carattere.

È possibile aggiungere anche degli “spazi unificatori” o forzare la sillabazione con “trattini facoltativi”. Tutti metodi che aggiungono spazio tra i caratteri senza interrompere la continuità della parola.

Se nel testo vi sono immagini, si gioca sulle loro dimensioni o sugli spazi tra le didascalie così che il testo scorra opportunamente e avvantaggiandosi altresì della creazione di gradevoli spazi bianchi che sembreranno messi lì apposta mentre noi sappiamo essere una subdola furbizia.

L’inserimento di citazioni e la disposizione ad arte delle didascalie sono un altro paio di trucchi da professionista. L’obiettivo non è ottenere una pagina zeppa, squadrata e soffocante. L’intento è quello di aver pieno controllo sullo scorrimento del testo, creare armonia, bellezza, rendere facile la lettura, valorizzare i contenuti.

Impaginazione riviste -erroriImpaginazione rivista - esempio

Le pagine affiancate di una rivista. Sopra prima della correzione di vedove/orfane e parole isolate, sotto, la versione finale. Notate il titolo di paragrafo in cima colonna sinistra di pagina destra. Notate come non vi siano parole isolate a capo riga. Notate come lo spazio sotto la didascalia dia un po’ di “respiro” alla pagina. Graphic Design studio Gislon

Spazi bianchi

In un progetto grafico professionale lo spazio bianco non è vuoto

Gli spazi bianchi sono tanto necessari quanto gli spazi pieni. Lo “spazio bianco” è un elemento della composizione grafica. L’impaginatore professionista si troverà a dover gestire tale aspetto anche se lo stile generale è dato dal progettista.

Lo spazio bianco disposto ad arte sulla pagina comunica ordine, importanza e rende più agevole e riposante la lettura. Insomma, questo “niente” fa un diverse cose.

Laddove possibile è meglio che il titolo di un paragrafo sia a inizio pagina o inizio colonna e di sicuro non deve mai essere alla fine, lasciato da solo o con una/due righe soltanto a fargli compagnia.

Non utilizzate rientri (il tasto “Enter”)e spazi bianchi (barra spaziatrice) per creare distanziamenti aggiuntivi tra paragrafi e tra singole parole o singole lettere.

Anche il rientro forzato “shift+return” causa effetti indesiderati poiché si porta dietro la formattazione del paragrafo.

impaginazione professionale e gestione spazio bianco
bilanciamento delle colonne di un libro

Vi ritroverete di sicuro ad avere “spazi bianchi” indesiderati. L’impaginazione professionale li risolve nel modo migliore dando a tali spazi un senso creativo o quantomeno organizzativo o semplicemente estetico. In questo, si è optato per dare una lunghezza uguale alle colonne finali, con la nota in basse che chiude comunque la pagina. Graphic Design studio Gislon

Il modo corretto per creare spazio è impostare una distanza prima e dopo nella formattazione del paragrafo. I vantaggi rispetto all’uso del tasto “return” sono molteplici:

  • se usiamo gli stili di paragrafo (e dovremmo assolutamente) lo spazio verrà applicato automaticamente risparmiandoci tempo e dimenticanze.
  • Se il testo scorre e il nostro paragrafo si posizionerà a inizio colonna, lo spazio iniziale non verrà applicato.
  • È possibile applicare qualsiasi distanza piuttosto che semplici multipli di interlinea.
  • Se realizziamo ebook formato epub la distanza verrà rispettata.

Il modo corretto per creare ulteriore spazio bianco tra parole e caratteri è aumentare la crenatura (termine tipografico che indica la regolazione dello spazio tra singoli caratteri) o tramite l’utilizzo di spazi unificatori (speciali spazi aggiunti tramite il software).

Evitare la “segnalazione eccessiva”

In un testo che lessi tempo fa veniva chiamata “segnalazione eccessiva”. Accade quando usiamo vari modi contemporaneamente per evidenziare un paragrafo. Si può usare dello “spazio dopo” o un rientro (meglio) ma quasi mai entrambi.

Un po’ come l’uso del corsivo e del grassetto contemporaneamente o delle virgolette che racchiudono parole in corsivo. O le virgolette o il corsivo. O il grassetto o il corsivo.

Un’impaginazione professionale utilizza il minor numero di espedienti per evidenziare le varie parti del testo. Questo è in pratica quello che si intende con “impaginato pulito” oltre che l’attenersi a una gabbia.

Consiglierei in tal senso un ottimo manuale di stile, quello Zingarelli per esempio. Molto approfondito e preciso ma capace di dare anche chiare indicazioni.

Forse le due parole chiavi sono “semplicità” e “coerenza”.

Uso della gabbia nell’impaginazione professionale

Serve ordine per creare ritmo e contrasti

È una tipica scelta di progettazione che si sovrappone completamente al lavoro dell’impaginatore, il quale deve averne una piena comprensione per poter disporvi in modo coerente gli elementi.

La gabbia aggiunge ritmo, ordine, prevedibilità e, al contempo, ci suggerisce dove piazzare, di tanto in tanto qualche elemento di sorpresa.

Come si può “uscire dagli schemi” se in primo luogo non ci sono schemi? Senza schemi ciò che chiamiamo vivacità è semplicemente caos. La gabbia è lo schema ma non la prigione di Alcatraz. Impone dei limiti e allo stesso tempo ci suggerisce il modo giusto per fuggirne.

Per quanto semplice, qualsiasi impaginato sottintende uno schema, la gabbia, appunto, per dirla in termini grafici. È presente anche in un semplice libro a una colonna: è fatta di margini, di distanza titoli-testo principale, di aree per le immagini.

In una rivista siamo quasi sempre di fronte a gabbie più complesse, fatte di colonne, multipli e divisori delle stesse e aree orizzontali. Blocchi di testo, immagini e spazio bianco si muovono come in una scacchiera in modo solo apparentemente casuale e solo apparentemente rigido.

La gabbia comanda e non solo ammette ma –richiede– qualche eccezione che vista con attenzione spesso eccezione non è. Mentre il grafico poco esperto vede imposizioni, il grafico e impaginatore professionista vede coerenza del messaggio e suggerimenti e coglie al volo il momento giusto per fott…, per infrangerle.

Impaginazione professionale… quasi divina

La proporzione aurea nella grafica

Quando due misure sono nel rapporto 1:1,618. abbiamo quella che si definisce “proporzione aurea” o “proporzione divina”. L’origine matematica è stabilita dal fatto che un numero in una sequenza è il risultato della somma dei due precedenti.

Nella sequenza 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55… man mano che si procede, il rapporto tra gli ultimi due numeri della lista si approssima sempre più al valore 1,618. Questo rapporto viene usato a mani basse nell’arte, dalla grafica all’architettura fin dai tempi antichi e si riscontra anche in natura.

Esso sembra perciò rappresentare un sunto di perfezione “cosmica” che viene spesso usato nella grafica per determinare la proporzione della gabbia del testo o dell’insieme delle colonne. Giusto un esempio banale: in un libro potremmo avere una gabbia di testo larga 12 cm e alta 12 x 1,618 = 19,4.

Vi è sicuramente qualcosa di “naturale” in questa proporzione. Proprio per questo, distanziarsi da essa apporta un certo stile e personalità al lavoro come invece l’aderirvi può dare un tono tradizionale e calmo. L’impaginazione professionale usa consapevolmente tale “suggerimento” matematico.

La proporzione aurea è uno strumento, non un vincolo. Non si –deve– rispettare la proporzione aura, si –può–. Si può usare nell’impostare le dimensioni della pagina o della gabbia di testo principale o come calcolo nella disposizione degli elementi come fotografie, titoli, didascalie, ecc.

Per semplificare possiamo usare il rapporto 8:13 e possiamo semplificare ancora: questo rapporto infatti è il “papà” della regola dei terzi, ovvero del rapporto 2:3. Proporzioni molto simili e molto usate in tutte le arti grafiche.

Questo spiega perché è gradevole e interessante una pagina divisa a tre colonne, con le immagini che possono occupare 1 colonna (1/3), 2 colonne (2/3) o 3 (3/3). Senza diventare schiava nemmeno di questa regola, l’impaginazione professionale ne fa comunque un uso costante e consapevole.

Come si dice? Il 3 è il numero perfetto, no? Anche questa considerazione è parente della Regola Aurea. Alla faccia di chi confonde arte con stravaganti fantasie!

Errori

Domanda da un milione di dollari: come correggere un impaginato?

Se l’impaginatore ha fatto bene il suo lavoro, gli unici errori presenti nei testi saranno quelli sfuggiti all’autore stesso. Qualcuno ne resta sempre anche se è già stato fatto un editing approfondito.

Ma anche in fase di impaginazione possono essere commessi errori e comunque alcuni di essi cadono, volenti o nolenti, nel piatto del grafico come, ad esempio, quando l’autore usa il trattino della tastiera per sillabare le parole o usa il tasto “return” a profusione. Oppure quando mette lo spazio prima dell’apice di nota o prima della punteggiatura. Tutti errori frequentissimi.

Quando poi in corso d’opera si decide, ad esempio, di cambiare le maiuscole in minuscole o di scrivere in un certo modo gli acronimi… si aprono allora nuove possibilità di errore.

Accade quindi che anche in fase di impaginazione sia necessario effettuare approfonditi controlli in tal senso.

Non vorrei essere banale ma non trovo modi migliori per dirlo: un testo dovrebbe essere privo di errori grammaticali e refusi tipografici. È difficile arrivare alla perfezione tant’è che quasi nessun impaginato è completamente privo di errori.

Questo aspetto è stato già trattato approfonditamente in alcuni articoli sulla correzione di bozze in questo blog. Qui vorrei ribadire solo alcuni aspetti. Primo fra tutti, l’assoluta maggiore efficacia del controllo fatto su carta rispetto al controllo su schermo.

Prima però di procedere a un controllo su carta, conviene fare il possibile per risolvere a schermo eventuali errori, almeno per risparmiare un po’ di costoso toner. Ma un ulteriore passaggio intermedio dal programma di impaginazione alla carta potrebbe essere rappresentato dal formato Pdf.

Un controllo a schermo sul pdf è già più preciso del controllo sul software di impaginazione o scrittura (Indesign o Word). Questo perché la versione Pdf è molto più “pulita” non presentando guide, pannelli e altre indicazioni.

Personalmente uso molto anche le modalità “anteprima” e “presentazione” di Indesign. Alla fine, quando non riuscite a trovare più errori sullo schermo, stampate e ricontrollate, meglio se fate passare un giorno e meglio ancora, due.

Altra caratteristica dell’impaginazione professionale è l’attingere a piene mani agli strumenti che il software mette a disposizione. Il controllo ortografico in primis ma anche le funzioni di ricerca/sostituzione e magari, i più fanatici come me, anche gli stili Grep (scopri cosa sono in questo mio articolo).

Un altro espediente molto utile è usare la funzione di lettura ad alta voce presente in Word e in altri software e concentrarsi sull’ascolto, senza leggere contemporaneamente il testo.

Gli errori sono figli diretti delle cose fatte troppo tardi. Un lavoro importante deve essere completato almeno una settimana prima del giorno previsto di stampa o di pubblicazione.

La preparazione alla stampa

Occhio alle “cose ovvie che nessuno controlla”

Cosa può accadere in stampa di tanto grave? Non molto una volta verificati i punti precedenti. La stampa riflette principalmente quello che si vede sullo schermo ma attenti a un paio di trabocchetti e attenti a dare per scontato certi aspetti.

Il primo è che i testi principali non siano nero pieno ma un nero fatto da più colori base. Come saprete si stampa coi quattro colori di base (Ciano, Magenta, Giallo e Nero) di solito. Il testo principale deve però essere composto solo del colore nero.

Se il nero dei testi, come spesso accade nel testo importato da Word, è un nero fatto di più colori, in stampa tali colori si potrebbero sovrapporre sfalsati. Questo problema si riscontra prevalentemente nel testo di piccole dimensioni.

Il secondo è che le immagini devono essere in alta definizione. Per semplificare, tra i 200 e i 300 dpi per le immagini fotografiche (a tono continuo, senza stacchi di colore netti). Le immagine quali logo, logotipi e simboli devono invece essere vettoriali.

Per queste immagini, non molti lo sanno, non sono affatto sufficienti i canonici 300 dpi. O adoperiamo file a definizione elevatissima (e pesantissimi) oppure (molto meglio) usiamo il formato vettoriale che viene sempre stampato alla definizione massima della macchina tipografica (generalmente, quelle professionali 2500 dpi).

Calma, siete ancora in tempo. Non trascurate la possibilità di errori grossolani. Proprio perché sono davanti ai vostri occhi e magari sono stati davanti a quelli di tutte le persone che hanno controllato prima, potreste pensare che non vi sia necessità di ulteriore controllo.

Non parlo di una revisione del lavoro, parlo di un veloce ripasso di alcuni elementi fondamentali prima di dare il “visto si stampi”:

  • Titoli principali dei capitoli o degli articoli con refusi
  • Indice con numeri di pagina sbagliati
  • Codici, periodicità, informazioni di copyright sbagliate
  • Pagine prive del numero di pagina
  • intestazioni che non corrispondono ai contenuti
  • Parti di testo e immagini mancanti

Mentre un errore nel testo principale o in una didascalia può essere perdonato, in un titolo potrebbero essere guai seri.

Le sviste più pericolose riguardano le parti più semplici perché nessuno le controlla. Quante ne ho trovate nella mia carriera! Sviste che avrebbero fatto buttare al vendo migliaia di euro alla volta.

Esistono mezzi automatici o semi-automatici per effettuare controlli in tal senso ed è possibile utilizzare variabili e indici che si aggiornano semi-automaticamente. Ma non ci si può affidare completamente ad essi.

Potremmo dire che l’impaginazione professionale sfrutta al massimo la tecnologia del software per questo tipo di controlli ad esempio attraverso l’uso di variabili per controllare, l’uniformità delle testate, i numeri di pagina e i rimandi.

Per finire, una raccomandazione un po’ strana, se vogliamo: non abbiate paura di trovare errori, non vergognatevi di farli e non abbiate sensi di colpa. E posso garantire che sono i più critici con gli altri a commetterne maggiormente.

Conclusioni

Chiunque può impaginare un libro o una rivista, chiunque. Così come chiunque può tirare sù un muro di mattoni tutto storto. Cos’è invece un lavoro a regola d’arte? Questo è quello a cui ho cercato di rispondere in questo articolo.

È stata una bella corsa, quasi senza tirare il fiato. Volutamente non sono sceso nei dettagli perché ho scritto diversi altri articoli sui diversi punti qui sorvolati che approfondiscono il soggetto.

Il cliente è sempre più esigente, il software aiuta sempre di più. Ma il grafico, impaginatore o progettista, è sempre più preparato?

Non sempre ma dovrebbe. Guadagnerebbe e si… divertirebbe di più! Mentre il cliente alla lunga sarebbe più soddisfatto e disporrebbe di un investimento migliore.

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