Caso-studio progetto grafico catalogo
Il caso-studio di questo catalogo si concentra sulla narrazione di alcuni aspetti particolari: la scelta dei caratteri, la gestione delle immagini tecniche, la gestione delle tabelle, provando a schivare la banalità degli insegnamenti più scolastici ma anche i tranelli dell'Ufficio Complicazione Affari Semplici

Sommario
Caso-studio catalogo. Introduzione
Il progetto grafico di questo catalogo è un lavoro che presenta almeno un paio di particolarità degne di rilievo, interessanti dal punto di vista del progettista grafico ma anche del cliente. Ho pensato perciò fosse adatto a un caso-studio.
La prima di queste particolarità è l’uso di tre famiglie di font diversi, invece delle solite due, quali i classici abbinamenti Times + Helvetica e intendo, tecnicamente parlando, famiglie di caratteri che a loro volta includono varianti quali grassetto, corsivo, medio spessore, light e magari altre ancora.
La seconda questione è la gestione di disegni tecnici che dovrebbero essere costituiti da file in formato vettoriale ma che purtroppo in tal caso sono stati forniti in formato raster (bitmap), un formato non molto adatto perché tendono a essere stampati in modo molto “sgranato”.
Terzo aspetto (lo so, avevo detto due ma… sono un direttore creativo e la logica per me è un problema superato): la creazione e correzione di tabelle complesse. Come evitare errori e uniformarle?
I primi due argomenti sono più interessanti dal punto di vista “progettuale” perché sono un esempio di come il dare un calcio nel sedere ai sani principi del grafico di buona famiglia sia a volte un elemento creativo essenziale.
Il terzo aspetto è una questione di sviluppo che affronteremo coi super-poteri delle espressioni Grep (tra poco ne saprai di più).



Quanti caratteri usare?
O di font se vogliamo, i due termini si usano spesso come sinonimi o perfino in modo intercambiabile. In realtà font è un termine di origine anglosassone (e francese ancora prima) rappresentante oggigiorno il file del carattere mentre il carattere vero e proprio è il suo disegno, la sua rappresentazione grafica.
Carattere, font, glifo…
Ogni carattere ha il suo file o font. Abbiamo quindi un font per il Times regular, uno per il Times italic, uno per il Times bold ecc. Questo almeno fino a un po’ di tempo fa. Coi nuovi formati un solo file può includere innumerevoli caratteri e il sinonimo font-file va un po’ a farsi benedire.
Ma penso sia utile tornare a monte con alcune semplici definizioni prima di cominciare la storia, giusto per portare ordine nel caos di termini usati a volte con un po’ di irresponsabilità.
Carattere: è il disegno tipografico che definisce l’aspetto delle lettere e dei segni fonetici, quelli matematici e la punteggiatura. Per esempio, Times Regular e Helvetica Bold sono due caratteri. Essi possono esistere indipendentemente dal fatto che vi sia un file (font) associato ad essi.
Famiglia di caratteri: Insieme di caratteri che condividono lo stesso stile di base ma variano per peso, inclinazione o larghezza. Times regular e Times bold, Times Italic fanno parte della stessa famiglia di caratteri ma sono tre caratteri diversi.
Font: è il file digitale che contiene un carattere tipografico, ad esempio abbiamo un font per il carattere Times regular, un font per il carattere Times bold. Recentemente sono stati sviluppati singoli font contenenti la famiglia di caratteri completa: font Otf variabili.
E per finire, mettiamoci poi anche la definizione di Glifo visto che la userò più avanti: è la forma grafica di un singolo segno o lettera del carattere, come una “a” minuscola o un simbolo specifico in un font. Anche il punto, una parentesi o un simbolo speciale sono glifi.

La regola (inesistente) del 2
C’è una vecchia regola sottaciuta, quella “del 2”. Perciò, ad esempio, in una pubblicazione come un libro o un catalogo troviamo un carattere Helvetica per i titoli e un Garamond per il testo. Due caratteri molto contrastanti.
È una regola talmente sottaciuta che… non esiste. L’ho creata io adesso osservando semplicemente come la stragrande maggioranza dei libri non osi andare oltre.
Di solito se ne usa uno dritto per i titoli e uno con grazie per i testi, tipico in un libro di saggistica o in un romanzo. In un catalogo si usa spesso un solo carattere, più frequentemente uno dritto.
Ribadisco, non si tratta di “regole”, potremmo parlare piuttosto di statistiche. Né, ancor meno, sto cercando di dire “che più se ne usano e meglio risulta il lavoro” o viceversa. Dio me ne scampi.
Molto spesso troviamo, infatti, progetti grafici che usano una sola famiglia di caratteri, un Helvetica o simile nelle varianti grassetto, corsivo, normale ed extra-bold magari. E può bastare benissimo così in perfetto stile minimalista.
E se ne usassimo ben tre?
Comunque, tre famiglie di caratteri non sono facili da incontrare e il metterli d’accordo richiede una competenza un pochino più alta del solito.
Nel mio catalogo ho usato un carattere per i titoli e i testi principali, uno per i capolettera e i numeri di pagina e un altro ancora diverso per i testi delle tabelle.
Questa combinazione mi offriva i contrasti che cercavo. Non avessi avuto tabelle tecniche sarei probabilmente rimasto a due. Ma ho questi elementi che a mio avviso devono avere una loro “autonomia grafica”.
Le tabelle sono composte principalmente di numeri e formule che un carattere monospaziato (dove ogni glifo occupa sempre lo stesso spazio) come quello usato soddisferà meglio.
Tre famiglie, assieme a tutte le loro varianti, possono diventare una decina di caratteri diversi considerando, come abbiamo visto, che ogni famiglia è costituita da uno stile normale, un grassetto e un corsivo come minimo.
Il trucco c’è comunque ed è una gran furbata: i caratteri che ho usato sono di genere completamente diverso; serif, sans serif e mono-space.
In questo modo abbiamo dato un senso, un significato, un messaggio il che è la sostanza del graphic design. Potremmo anche dire che il buon graphic design sa mettere assieme tante cose senza creare confusione o competizione ma allo stesso tempo sa “osare” per creare le giuste differenze che danno chiarezza e stile.
Contrasto: il sale del graphic design e del design tipografico
Attenzione alle regole, creano dipendenza. Ma ce n’è una nella nostra materia che ci rende invece un po’ più liberi: se metti assieme due caratteri diversi, scegline due –nettamente– diversi. Niente mezze misure.
Per questo l’accoppiata serif e sans-serif di solito funziona bene. Sono abbastanza diversi da non competere, mantengono i loro “spazio vitale”. Essi affermano: “i titoli sono miei il testo è tuo”.
Una controprova? Scrivi i titoli in Times il testo in Palatino, o altri due serif qualsiasi, e fammi sapere.
Perciò se vogliamo aggiungerne un terzo, dopo un dritto e un serif, che tipo di carattere dovremmo scegliere? Un monospace o un calligrafo sono ottime opzioni perché sono sicuramente “abbastanza diversi” (non sono le uniche due opzioni possibili naturalmente e potremmo scegliere anche un altro dritto o un altro serif purché “molto” diversi).
Il risultato ottenuto non mi è dispiaciuto e penso che lo sperimenterò anche in un prossimo libro. Credo una famiglia di caratteri per i titoli, una per il testo, una per le note e se mi gira un’altra ancora magari solo per i numeri di pagina e intestazioni. Al diavolo il minimalismo!


Il carattere con grazie
Il carattere mono-spaziato
Il carattere dritto
Disegni tecnici a 300 dpi, ma chi l’ha detto?
Veniamo all’altra questione, quella dei “disegni tecnici”. La vecchia prudente regola (e fissazione) “le immagini per la stampa devono essere a 300dpi di risoluzione” non vale proprio per le immagini al tratto, come tipicamente è un disegno tecnico.
E non vale nemmeno la scorciatoia di convertirle tutte in Cmyk o lasciarle in Rgb “tanto poi ci pensa il profilo”. Troppo facile sarebbe.
Un’immagine al tratto potrebbe essere definita come “un’immagine senza gradazioni intermedie da un colore all’altro”. Una definizione tecnica più rigida la definirebbe come “fatta solo di neri e bianchi, senza pixel intermedi di variazione, senza gradazioni o tonalità”, pixel bianchi o neri, niente grigi.
Un disegno tecnico può essere considerato al tratto nell’uno o nell’altro senso, in tale tipo di immagine non abbiamo, in definitiva, le gradazioni di colore che troviamo invece in una fotografia, con le sue sfumature i suoi passaggi aggraziati e sfumati ecc.
Le immagini rappresentanti disegni tecnici dovrebbero idealmente essere vettoriali (file costituiti da espressioni matematiche) o, in alternativa, essere bitmap ma a definizione molto più alta dei canonici 300 dpi.
Inoltre, se i tratti sono neri, non deve essere convertita in Cmyk ma più prudentemente essere mantenuta in scala di grigio, o comunque generare una sola lastra di colore in separazione per evitare quasi certi problemi di registro.
In questo caso-studio le immagini sono state perciò da me convertite tutte in scala di grigio, senza profilo incorporato (per evitare conversioni indesiderate) e con una risoluzione tra 800 e 1200 dpi circa che è il minimo perché tali immagini non presentino “seghettature” in stampa.
Un grandissimo vantaggio ulteriore del convertire tutte queste immagini in scala di grigio è la notevolissima riduzione di peso del file (1/4 di un’immagine Cmyk) pur mantenendo la massima qualità senza applicare nessuna compressione con perdita di dati.

Ricerche Grep, aiutatemi!
Tabelle numerose e complicate come queste sono il terreno di caccia prediletto delle ricerche Grep. Non è difficilissimo impararle se sei un grafico e ti ci vuoi cimentare.

Le ricerche Grep sono parte dei superpoteri del grafico impaginatore professionista ma, attenzione, a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità! Andiamo avanti con ordine.
Torniamo alle tabelle i cui dati sono naturalmente stati forniti tramite file Excel e naturalmente rappresentati in modo molto disomogeneo. Indesign importa molto bene le tabelle Excel. Questo non è un problema.
Ma “si sa” che le informazioni tecniche sono di solito un po’ bistrattate, non vengono ritenute solitamente degne di attenzioni estetiche. In realtà, proprio in tali casi, il rigore tipografico è un obbligo ed è segno distintivo di un lavoro professionale.
Alcuni decimali erano riportati con la virgola (corretto nella maggior parte delle lingue), altri col punto (modo anglosassone); a volte c’era lo spazio prima dell’unità di misura, a volte no; a volte l’unità di misura era scritta in un modo a volte in un altro; a volte la barra divisoria aveva uno spazio prima, a volte dopo, a volte sia prima che dopo, a volte da nessuna parte…
Direi che mi sono spiegato, i criteri vanno uniformati. Compito disperato? No. O meglio, no se sai usare le ricerche Grep.
Ho descritto bene le ricerche Grep in un altro articolo. Giusto per ricapitolare, esse sono espressioni alfanumeriche che consentono di creare variabili complesse per cercare delle particolari stringhe di testo.

Così, ad esempio, posso cercare dove il trattino ha uno spazio prima e dove no, dove lo spazio precedente un punto o una virgola e cose anche più complicate.
Gli stili Grep sono invece le ricerche Grep applicate agli stili di paragrafo cosicché è possibile usare variabili per definire automaticamente lo stile tipografico di elementi di testo. Come dicevo è un mondo di super-poteri, garantito! Ma occhio, usate male possono distruggere un intero impaginato. Siate prudenti all’inizio.
È una bella sfida e ci si trova perfino un po’ di divertimento nello sviluppare ricerche Grep per esplorare e correggere le imperfezioni meglio celate. E poi, dopo tanta “creatività” diventa una necessità essere schematici e prevedibili!
Conclusioni
In realtà ce ne sarebbe da dire ancora, un catalogo e magari un catalogo un po’ particolare come questo di antefatti da raccontare ne avrebbe sicuramente diversi altri e magari lo farò.
Ma non volevo mettere troppa carne al fuoco. Volevo starmene buono nel recinto di questi tre aspetti: caratteri tipografici, disegni tecnici, tabelle.
Li abbiamo osservati a fondo e da diverse angolazioni, preferisco così piuttosto che articoli sommari che ormai, grazie all’Ai non servono a nulla. No, qui siamo in trincea, questa è la prima linea.
Già, questo non è un blog per chi cerca il tutorial facile-facile o l’articolo “Ai-written”, qua è fatto tutto a mano, ed è dedicato a chi cerca “ispirazione in direzione della perfezione”.
Questa non è “l’ora di ginnastica” ma un “allenamento pre-olimpico”, roba per gente come noi: graphic designer tosti e clienti esigenti!





















