Il progetto grafico di una rivista. Analisi del caso-studio specifico di una Onlus
Il progetto grafico di una rivista per una piccola realtà editoriale, industriale o per una Onlus, come in questo caso, non può essere troppo complesso e costoso, deve andare incontro a specifiche di budget e organizzative proporzionate. Questo non significa affatto che non si possa fare un lavoro assolutamente professionale come dimostra questo caso specifico

Sommario
Tra i bisogni fondamentali di una associazione, vi è quello di “comunicare” e, nello specifico, quello di disporre di un valido “house organ”: una rivista per tenere contatti con gli associati e per creare nuovo seguito.
È un peccato rinunciare a una qualità professionale nel progetto grafico di una rivista, cosa che purtroppo spesso accade. Qualità che si esprime sia artisticamente che tecnicamente. Ma non è detto debba essere così.
Questo caso-studio mostra che è possibile ottenere un prodotto professionale anche per una realtà dai budget non eccessivi. L’importante è avere ben chiaro in mente alcuni aspetti e principi fondamenti, quelli che stai per capire.
Come si progetta una rivista per una piccola società?
Uno dei lavori più difficili e più stimolanti per un designer è il progetto grafico di una rivista. Inizia come sempre nella desolazione di semplici pagine bianche.
Partendo da queste dovremo creare dal nulla un nuovo universo. Il compito sembra una missione impossibile. Perfetto allora, cosa aspettiamo?
Proviamo però a rendere un po’ meno “impossible” la faccenda. Solo un po’ per non perderci gusto e perché non diventi un progetto troppo costoso. Chiediamoci, esiste un “metodo”? Le “idee” sono così importanti o serve qualcosa di meno “metafisico”? Quanto contano aspetti più “terreni” come l’organizzazione e la coerenza?
Forse riuscirò a rispondere a tutto questo e forse anche a qualcosa in più. Forse riuscirò a salvare qualche graphic designer dalla pazzia. Proviamo.
Inizia tutto dal brand
Se dovessimo creare una scala di priorità o un piramide del flusso di lavorazione di una rivista (vanno tanto di moda le piramidi, la voglio citare anch’io), alla base troveremmo il brand, in breve il concetto dell’azienda nel suo insieme, al vertice la rivista finita e stampata.
In mezzo troveremmo un sacco di altre cose tra le quali il nostro progetto grafico, focus di tale articolo, per il resto ti rimando intanto alle decine di altri articoli sparsi in questo blog che spero di non aver scritto per niente.
Ma un accenno a tutto il flusso e quindi anche al “prima e dopo-progetto grafico” è più che una premessa, è un segnale rosso lampeggiante che ci avverte di non gettarsi a capofitto nel lavoro senza i dovuti dispositivi di sicurezza previsti dalla legge.
La storia completa
Questo è un paragrafo che ti direi di “sottolineare”. Potrebbe non rappresentare una verità assoluta (niente paura, mi sto attrezzando) ma di sicuro è qualcosa di molto condiviso e che tu stesso puoi testare. Conoscere tale gerarchia ci farà risparmiare tempo e denaro.
Il flusso di progettazione di una rivista potrebbe essere considerato infatti come una piramide o come un edificio che partendo dalla base o dalle fondamenta si configurerebbe così:
6 – Stampa
5 – Impaginazione
4 – Progetto grafico
3 – Concept/Art Direction
2 – Elementi visivi del brand
1 – Brand rivista, valori, purpose…
0 – Brand aziendale, valori, purpose ecc.
Spesso si tratta di un flusso continuo, di considerazioni molto veloci o già valutate. Penso perfino potrebbe rivelarsi inutile e dannoso complicare troppo le cose ma credo sia necessario almeno un veloce approfondimento.
Vediamo più nello specifico quindi, quali sono i gradini fondamentali per produrre una rivista bella e finita. Eccoli:
0. Brand dell’impresa-editore
Il brand è stabilito dai valori di base (vedi anche purpose e mission in questo mio articolo). Preferisco chiamarlo punto “zero” perché siamo fermi ancora alla porta d’ingresso.
1. Brand della rivista
Definisce l’identità generale della rivista (ribadisco: il brand della rivista non quello dell’editore o dell’impresa già citato): il suo posizionamento, i valori, la personalità, purpose e mission specifici.
In questo punto inserirei anche il nome della rivista: la testata. Nel passo successivo si inizia invece il laoro di progetto grafico vero e proprio.
Se la sintesi visiva del brand aziendale è il logo, sintesi visiva del brand della rivista è la testata. Ma non stiamo ancora facendo considerazione grafico. Ciò potrebbe riassumersi solo in un profilo scritto.
2. Elementi visivi del brand della rivista
Con stile si intende l’interpretazione visiva del brand. Qui si definiscono aspetti come il tono delle immagini, la tavolozza cromatica, i caratteri tipografici, la gabbia e naturalmente la testata intesa graficamente. A questo livello si inizia a “vedere” la rivista.

3. Concept Editoriale e Art Direction
Il concept editoriale rappresenta la visione complessiva del progetto grafico, grafica e strutturale. Qui si decide come trasmettere il messaggio e quale “esperienza” vogliamo dare al lettore.
Si tratta della guida per il tono visivo ed editoriale dell’intera rivista. La sua compagna, l‘art direction si premura di metterlo in pratica. Una ficcanaso che ci perseguita fino alla produzione dell’impaginato.
Questo gradino, graficamente parlando, potrebbe essere costiuito da una serie di bozzetti limitati, di spunti grafici reperiti qui e là, di ispirazioni.
4. Progetto Grafico (Design e Layout)
Qui si passa alla progettazione vera e propria, traducendo il concetto e lo stile in forme concrete. Qui si definiscono griglie di impaginazione, formato pagina, margini, distribuzione generale.
È il “cuore” della costruzione visiva, dove si mettono in atto le regole e si stabilisce una struttura ripetibile ma adattabile.
È il gradino dove si dà sfogo alla capacità di mettere in pratica in modo creativo le nostre idee. Sebbene i punti precedenti siano indispensabili, il grosso del lavoro viene fatto qui.
Ti avviso che sono di parte e poco mi interessa se qualche autorità ti racconterà la storia con priorità diverse.
È grazie al progettista grafico che l’art director può vantarsi del lavoro col management… Senza ulteriori ironie, è comunque un sodalizio fondamentale.
5. Impaginazione
Infine, eccoci all’impaginazione, che è l’applicazione pratica del progetto grafico per ogni numero della rivista, con l’art direction sempre minacciosa alle spalle del grafico impaginatore.
Qui si tratta di lavoro sporco e puntiglioso, ricco di trucchi e strategie che hanno l’obiettivo impossibile di far rientrare il testo fornito nelle pagine e nella gabbia stabilita. Pagina per pagina.
Mani umili e coscienziose la cui pazienza nei confronti delle scelte folli delle figure che lo hanno preceduto supera di gran lunga quella del benedettino che componeva i primi manoscritti (il tenore di vita, invece, è lo stesso).
6. Finiture e Stampa
Per completare, ci sono dettagli che definiscono l’output finale, come le finiture: tipo e spessore carta, rilegatura, pellicole speciali e il controllo qualità generale.
Il progetto grafico della rivista nel dettaglio
Se quello narrato fin qui era il quadro generale, concentriamoci adesso sull’argomento principale dell’articolo: il progetto grafico di una rivita per una piccola realtà.
Per un grafico, si era capito, una delle cose più appassionanti e difficili è progettare una rivista. Anche la più semplice presenta tranelli impensabili. Abbiamo appena visto dove tale lavoro si inserisca nel flusso generale.
Se in questa fase incontriamo troppe difficoltà è probabile che ci siamo persi qualcosa per strada (brand, stile…).
Quando devono convivere specie, razze e… religioni diverse ci sono sempre un sacco di problemi: le news, gli articoli di fondo, le informazioni societarie ed editoriali, gli articoli periodici, gli editoriali e altro ancora.
Tutte le sezioni devono distinguersi… no, devono sembrare uguali… neanche. Diciamo che devono sembrare parenti stretti e i parenti spesso litigano tra loro!
La rivista deve esprimere vitalità e originalità ma essere anche chiara e comprensibile. Deve possedere sottolineature un po’ pedanti e “momenti di svago” che magicamente convergono in modo del tutto naturale.
Tra un po’ la rivista, lo impone la UE, dovrà anche essere accessibile e allora dovremo aggiungervi caratteristiche tecniche che sapranno tradurre a non e ipo-vedenti le informazioni che siamo abituati a distinguere solo graficamente. Così, giusto perché avevamo pochi problemi…
La gabbia di impaginazione
La gabbia di impaginazione è indispensabile per assaporare la libertà del linguaggio grafico, estetico e organizzativo.
La gabbia suggerisce confini e allineamenti e, contrariamente a quello che sembra, non è una prigione perché non c’è niente di più libero del poter stabilire da sé i propri limiti (oggi mi sento filosofo).
La progettazione della gabbia è il primo e più importante sforzo nel progetto grafico di una rivista. Si ottiene essenzialmente stabilendo dei margini e dividendo in colonne lo spazio compreso tra essi.
La regola dei terzi è un ottimo strumento per la suddivisione della pagina, sia in verticale che in orizzontale, fornisce un’asimmetria equilibrata che crea dinamismo e sufficiente vivacità.
La gabbia non consiglia, comanda la posizione dei contenuti. Una certa libertà è prevista e necessaria (ma non ditelo a nessuno) e potrebbe pure includere ampi spazi bianchi che danno ordine, gerarchia e sollievo nella lettura.




Il carattere tipografico
È il secondo elemento caratterizzante del progetto grafico di una rivista in ordine di importanza, dopo la gabbia.
Due o tre famiglie di caratteri sono di solito più che sufficienti e vanno usati con criterio organizzativo ed estetico (organizzazione + estetica = design?).
Se considerati con le loro differenze di interlinea, dimensione, stile e variante (normale, maiuscolo e maiuscoletto), le combinazioni sono più che sufficienti per tutte le necessità.
Nei titoli si può essere molto più creativi e prevedere caratteri molto diversi dal testo, caratteri che accompagnano in modo molto personale l’immagine principale creando un complemento che accentua i rispettivi significati.
Titoli a parte, per il “testo principale” vorrei formulare un regola precisa: non superare le 2 famiglie di caratteri (es. Helvetica + Garamond). Già, ogni tanto stabilisco “regole ferree”, ma giusto per provare più gusto nell’infrangerle.
Scegliere i caratteri di una rivista è un processo piuttosto lungo. Vanno selezionati nel loro insieme come fosse un’armonia di colori. Non ha molto senso valutare il carattere singolarmente. Di solito si fanno diverse prove a schermo e stampate.
Vale la pena spenderci un po’ di tempo perché, ancor più della gabbia, è un elemento che crea personalità e potrebbe da solo mostrare il tono che cerchiamo: romantico, professionale, giocoso, dinamico, trasgressivo ecc.
Come minimo va studiata l’accoppiata titoli – testo principale avendo cura che il contrasto sia sufficiente ma che sia mantenuta una certa parentela.

Elementi grafici
E con questo intendo cornici, filetti, riempimenti, caratteri, simboli speciali e qualsiasi artefatto non ben definibile che serve a creare ordine, priorità, vivacità, allineamento che, a loro volta, sono veri strumenti del design grafico.
Tra questi includerei anche il capolettera che rappresenta un’ottima scusante creativa per inserire un tocco di contrasto in una rivista.
La lettera iniziale diventa in tale caso un elemento grafico se non addirittura un’illustrazione vera e propria. Segna secondo la logica l’inizio del testo principale di un articolo.
In tal senso non è un elemento puramente estetico perché mette chiarezza tra i “muri” di testo che si presentano davanti al lettore e identifica la porta di ingresso all’articolo.
In senso più compositivo, o estetico se si vuole, serve a bilanciare un’area poco “pesante” come può essere un blocco di testo nei confronti di un titolo molto più ingombrante o di un’immagine iniziale.
I filetti hanno lo scopo di rendere più evidenti sezioni di testo diverse tra loro all’interno di uno stesso articolo oppure di creare un percorso di lettura. Di solito almeno.
In una composizione con più colonne possono essere usati anche per dividere le stesse e di solito riescono a conferire un maggior chiarezza al contenuto e un maggior “slancio” grafico.
Tanto più una pagina è complessa tanto più sono utili. In un quotidiano sono addirittura indispensabili.
Le cornici vengono spesso usate per delimitare box di testo, a volte assieme, a volte al posto di un fondino leggermente colorato.
Sono molto utili ad individuare parti di testo complementari, da escludere con estrema chiarezza dal flusso principale del racconto.

Spazi bianchi
Quello che non c’è è tanto importante, o quasi, quanto quello che c’è. Ha un nome tecnico, si chiama spazio bianco ed è un elemento del graphic design con cui i designer amano molto mettersi alla prova.
Non è carta sprecata se serve a migliorare il nostro progetto. Se serve a comunicare meglio e in maniera più immediata. Se serve a dare ordine, coerenza, chiarezza e a rafforzare il brand.
Lo spazio bianco serve anche a rendere un contenuto più “prezioso” o, al contrario, la sua penuria può servire a creare uno stile più “alla buona”.
La copertina
Il modo forse più economico e al contempo professionale per realizzare una copertina è utilizzare un’immagine fotografica scattata ad hoc o reperibile on line. Nel secondo caso l’originalità è quella che è ma può essere personalizzata se l’esecutore possiede sufficienti abilità artistiche.
La grafica della copertina va fatta realizzare ad uno specialista o almeno a un bravo graphic designer e deve essere assolutamente originale sebbene possa derivare da immagini esistenti.
La copertina contiene una rilevante parte testuale che deve fare tutt’uno e completare la parte visiva. Si rifà alle buone pratiche di composizione grafica e tipografica mentre, per quanto riguarda i testi, di solito contiene un anticipazione del sommario interno.
Credo che un buon modo di intendere la copertina sia paragonarla a un poster artistico. La miglior copertina non spiega, semplicemente invoglia l’acquisto e la lettura e va pensata per il cliente affezionato, innanzitutto, che non va mai tradito ma strizza l’occhio a possibili nuovi lettori.
Questo almeno è il mio modo di vedere la cosa, come sintesi di decenni di attività. Alcune copertine possono essere minimali e naturalmente ciò dipende anche dalla ricchezza e varietà dei contenuti interni oltre che dallo stile.
Credo anche che la precedenza vada data all’aspetto artistico e alla capacità della copertina di creare impatto ed interesse.
La progettazione del sommario
Il sommario di una rivista è di solito abbastanza ricco graficamente ma su ciò incide moltissimo lo stile e la ricchezza/complessità dei contenuti.
Un rivista “minimalista”, fatta di pochi articoli che sembrano più i capitoli di un libro per intenderci, deve avere un indice altrettanto umile, un po’, appunto, come quello di un libro.
Meglio se accessibile… anche il sommario di una rivista può e dovrebbe essere realizzato con l’apposita funzione di Indesign (o di altro programma di impaginazione) così che il sommario risulti interattivo e aggiornabile.
Le direttive europee in vigore da giugno 2025 lo renderanno un obbligo per le pubblicazioni digitali dei grande editori. Ma è buona pratica già oggi perché funge da aiuto nel controllo della numerazione delle pagine e coerenza dei titoli.

Finisce qui?
Anche se perfettamente riuscito, il progetto grafico di una rivista non finisce mai, ci si può ancora divertire con opportuni miglioramenti purché perfettamente in linea con quanto già stabilito.
Anche le migliori Formula 1, hanno bisogno di aggiustamenti. Ciò che non è assolutamente da fare è saltare di palo in frasca. Certo, se qualche grossa svista è stata commessa in questi passaggi meglio rimediarvi a ogni costo ma la coerenza è il nostro mantra.
Una rivista non è facilissima da consultare per un lettore, e non è nemmeno facile da produrre per una redazione. Organizzazione e coerenza sono chiavi.
Proprio come in una strada non si deve cambiare continuamente segnaletica, nemmeno quella della rivista, fatta di titoli di sezione, testate, gabbia, elementi grafici, e di tutto quello che abbiamo visto qui, deve esserlo.
Buon viaggio allora, al progettista, alla redazione e al lettore.






















